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24 commenti

Fake news scientifiche

Ultimo aggiornamento: 2018/02/22 14:20.

Capita spesso di sentir citare nei media qualche notizia un po’ curiosa basata su una ricerca scientifica. Gli scienziati hanno scoperto per esempio che il cioccolato fondente fa bene al cuore; altri scienziati hanno trovato che il cioccolato fa male; insomma, si sente di tutto e il suo contrario, eppure ogni volta le notizie sono basate su studi scientifici. E se si va a cercare gli studi citati, si scopre che esistono davvero. Come è possibile?

Spesso si tratta di interpretazioni giornalistiche maldestre e troppo sensazionaliste di articoli scientifici di per sé corretti, ma un’altra spiegazione è arrivata di recente grazie a una dimostrazione particolarmente memorabile. Anche se da fuori magari la differenza non è ben visibile, non tutte le riviste scientifiche hanno la stessa qualità: ci sono quelle serie e ci sono quelle che di scientifico in realtà hanno ben poco e sono soltanto contenitori dai titoli altisonanti nei quali chiunque può pubblicare qualunque cosa senza che vi sia il minimo controllo di scientificità.

Prendete per esempio la rivista American Research Journal of Biosciences. Suona autorevole e scientifica, ma un biologo è riuscito recentemente a farsi accettare e pubblicare da questa rivista un articolo [Rapid genetic and developmental morphological change following extreme celerity, ora rimosso] che descriveva dei presunti effetti biologici delle velocità estreme: allergie all’acqua, mutazioni genetiche e morfologiche che però non influivano sulla fertilità. Uno degli autori dell’articolo era il dottor Lewis Zimmerman.

Se conoscete Star Trek, state già ridendo: infatti Zimmerman è il nome del medico di bordo della serie Star Trek Voyager e l’articolo non è altro che una riscrittura, con lessico pseudoscientifico, di Threshold (Oltre il limite) una delle puntate più imbarazzanti di questa serie, nella quale alcuni membri dell’equipaggio di un’astronave viaggiano a velocità altissime, mai raggiunte prima, e di conseguenza si trovano trasformati progressivamente in una sorta di viscide salamandre spaziali che si accoppiano e si riproducono.

Le “salamandre spaziali” di Star Trek: Voyager.

Il biologo (quello vero) è riuscito a farsi pubblicare dalla rivista tutta questa storia semplicemente pagando cinquanta dollari. Nessuno l’ha verificata. E non è finita: anche tre altre riviste “scientifiche” hanno accettato l’articolo-burla, ma non sono arrivate al punto di pubblicarlo.

Queste pseudoriviste scientifiche si chiamano in gergo predatory journal, ossia “riviste predatorie”: esistono soltanto per incassare soldi dai ricercatori che hanno fame di essere pubblicati e fanno, in sostanza, fake news in campo scientifico. Ne esistono parecchie, e per fortuna esistono anche esperti che le smascherano, come Jeffrey Beall, bibliotecario e ricercatore alla University of Colorado, che gestisce un elenco online di questi journal, utilissima ai giornalisti per evitare di diffondere notizie false apparentemente avvalorate da una pubblicazione scientifica.

Per sapere se un articolo scientifico è attendibile, non basta insomma che sia pubblicato su una rivista dal nome scientifico: serve che la rivista goda di buona reputazione, guadagnata sul campo. Questa reputazione si misura con il cosiddetto impact factor o fattore di impatto: una sorta di punteggio basato sul numero di citazioni ricevute altrove dagli articoli pubblicati nella rivista. Più è alto, più la rivista è considerata attendibile e credibile. Le classifiche degli impact factor sono facilmente consultabili su Internet. Non vi stupirà, credo, scoprire che la rivista che ha pubblicato la burla delle salamandre di Star Trek ha un impact factor che vale esattamente zero.


Aggiornamento 1:
se volete leggerlo e godervelo, l’articolo Rapid genetic and developmental morphological change following extreme celerity è tuttora presente negli archivi dell’Austin Journal of Pharmacology and Therapeutics, ed è firmato da Paris T, Kim H, Torres B, Ocampa K, Janeway K e Zimmerman L.

Aggiornamento 2: Ruggio81 e altri mi segnalano correttamente che il medico olografico si chiama Joe Zimmerman, mentre Lewis Zimmerman è il nome del suo progettista. Ho corretto l’articolo per tenerne conto.


Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 22 febbraio 2018. Fonti aggiuntive: Iflscience, Science Alert, Space.com.
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L’astronauta, la giornalista e l’intervista fantasma. Storia di ordinario giornalismo

Ultimo aggiornamento: 2018/02/22 21:35.

Ne avrete sentito parlare: una testata giornalistica ha pubblicato un’intervista all’astronauta Samantha Cristoforetti, che ha messo online una dettagliata e garbata smentita pubblica, nella quale ha dichiarato categoricamente di non aver mai rilasciato quell’intervista, ha scelto di non fare il nome della testata o della giornalista coinvolta e ha chiesto che venisse pubblicata una rettifica, mettendosi comunque a disposizione per un‘intervista autentica.

Risultato: la testata ha rimosso l’intervista e la sua direttrice ora minaccia querela a “chiunque dica che il mio giornale ha inventato un’intervista”.

Internet non è garbata, non dimentica e non perdona, per cui le identità della testata e della giornalista sono emerse in men che non si dica e sono ormai note, quindi non ricorro a inutili omissioni: la direttrice è Daniela Molina, la testata è Donnainaffari.it, l’intervista era qui (link non più funzionante) e la giornalista autrice dell’intervista è Laura Placenti.

L’intervista è stata ripescata dalla cache di Google e salvata su Archive.is, dove potete leggerla per farvene un’opinione personale: ve lo consiglio, perché va messa a confronto con la risposta della Cristoforetti.

A questo punto la direttrice si è palesata su Facebook con nome e cognome, nel gruppo Giornalisti italiani su Facebook, minacciando appunto querela. Raccomando di leggere anche tutta la sua versione degli eventi, che riporto qui sotto come screenshot per chi non è iscritto a Facebook e non lo vuole frequentare:



Non solo: la direttrice della testata ha accusato Samantha Cristoforetti di aver “VOLUTO levare il lavoro” alla giornalista e ha affermato che “evidentemente era la Cristoforetti a volere tutto questo rumore”. Certo, perché quando vai nello spazio e lavori per tornarci non hai di meglio da fare che attaccare una giornalista.


Tutto indica invece che Donnainaffari.it ha pubblicato un’intervista palesemente, sfacciatamente, maldestramente inventata e piena di errori. Quel “Sally Raid” al posto di Sally Ride (manco fosse un insetticida), quel “Yuri Gagarin nel 1961, fu il primo uomo a uscire dall’orbita terrestre”, quel “il primo uomo Neil Amstrong [sic] mise il primo piede nello Spazio”, il nome sbagliato della figlia di Samantha e tante altre perle giornalistiche dello stesso calibro sono, per essere molto educati, castronerie da matita blu.

Sì, direttrice Molina, mi quereli pure perché oso dire le cose come stanno: l’intervista pubblicata dalla testata di cui lei è responsabile è stata inventata. Questo è il mio parere professionale basato sui fatti, come giornalista e come persona che conosce Samantha Cristoforetti da anni e sa che non direbbe mai e poi mai quelle banalità che le vengono attribuite (diventare mamma sarebbe “una nuova avventura emotiva che ti fa volare oltre l’infinito”). Basta leggere una sua qualunque intervista autentica per rendersene conto. Non lo farebbe neanche sotto minaccia di tortura tramite poesia Vogon.

Con sublime quanto involontaria autoironia, fra l’altro, Donnainaffari.it si vanta che “A differenza dei comuni siti di informazione, infatti, noi siamo obbligati dalla Legge e dai Codici deontologici prescritti dall’Ordine dei Giornalisti a controllare la veridicità di ogni articolo pubblicato” (copia su Archive.is). Beh, si è visto come funziona questo controllo di veridicità.

Pubblicare interviste inventate, attribuendo agli intervistati scempiaggini che non hanno mai detto, è un malcostume diffuso che affossa la già traballante credibilità del giornalismo. In un momento in cui si parla tanto di fake news, la scelta di Laura Placenti di falsificare un’intervista è una vergogna per la categoria: è un tradimento del patto sociale con i lettori. E la scelta della sua direttrice di minacciare querela a chi osa dire che il re è nudo e di accusare un’astronauta in questo modo è un atto di arroganza anche peggiore.

Non è certo questo il giornalismo che ci può salvare dalle fake news.


Nota tecnica


Durante le mie ricerche per questo articolo ho notato una particolarità nel testo della (presunta) intervista: l’uso, da parte di Laura Placenti, della curiosa grafia errata “Svletana Savitzakaia” al posto di “Svetlana Savitzkaya” per far citare alla Cristoforetti la prima donna al mondo che ha compiuto un’attività extraveicolare (o “passeggiata spaziale”). Notate il refuso “Svletana”, con la L prima della T.

In tutta Internet, gli unici due altri articoli trovati da Google che contengano quella stessa grafia sono questo, sul sito Victoria50.it (copia su Archive.is), e il suo equivalente in spagnolo presso Victoria50.es. La versione francese scrive invece “Svetlana Savitzakaia” (T ed L sono nell'ordine giusto nel nome, ma il cognome ha sempre una A di troppo). Guarda caso, in tutti e tre questi articoli, come in quello di Laura Placenti pubblicato da Donnainaffari.it e poi rimosso, c’è anche lo stesso errore sul cognome dell’astronauta Sally Ride, che viene scritto erroneamente Raid.

Non faccio congetture su quale legame vi possa essere fra questi articoli e quello di Laura Placenti, ma mi pare molto improbabile che due errori così specifici vengano ripetuti su Donnainaffari.it per puro caso.

I siti Victoria50.it, .es e .fr sono di proprietà della Procter & Gamble, concetto ribadito anche qui, e contengono soltanto pubblicità di prodotti di quest’azienda. Si tratta dunque di siti pubblicitari travestiti da siti d’informazione. E che informazione: notate, per esempio, che le presunte autrici dei contenuti si presentano come “Noi cinque” anche se la foto mostra solo quattro persone (anche nella versione spagnola), ma soprattutto che le stesse donne si chiamano Maria, Laura, Lisa, Anna e Carla nella versione italiana, però sono Beatriz, Isabel, Carmen, Raquel e Patricia in quella spagnola e sono Anne, Béatrice, Catherine, Nathalie e Patricia in quella francese. Fake news industriale, insomma.


Noi cinque, che siamo quattro.



Aggiornamento: 2018/02/22


Nei commenti, Marco Alici segnala una ulteriore, sorprendente coincidenza. Questa è una risposta che Laura Placenti attribuisce, con tanto di virgolette, a Samantha Cristoforetti nell’asserita intervista ora rimossa:

Sempre nel 1984 la prima donna americana a svolgere un’attività extra veicolare fu Kathryn Sullivan, che successivamente volò in altre due missioni Shuttle, totalizzando 532 ore di permanenza nello spazio. Ci vollero quasi vent’anni (fino all’estate del 2007) prima che Barbara Morgan (che era stata la riserva di Christa McAuliffe) potesse volare sulla missione STS-118 e insegnare dallo spazio alcune delle lezioni proprio di Christa McAuliffe.

Screenshot:

E questa è una frase tratta dall’articolo di Victoria50.it:

Sempre nel 1984 la prima donna americana a svolgere un'attività extra veicolare fu Kathryn Sullivan, che successivamente volò in altre due missioni Shuttle, totalizzando 532 ore di permanenza nello spazio. Ci vollero quasi vent'anni (fino all'estate del 2007) prima che Barbara Morgan (che era stata la riserva di Christa McAuliffe) potesse volare sulla missione STS-118 e insegnare dallo spazio alcune delle lezioni proprio di Christa McAuliffe.

Screenshot:

Una coincidenza davvero impressionante. Attendo impaziente le spiegazioni di Daniela Molina o della sempre più silente Laura Placenti.
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Video: “Dove sono tutti quanti? Il mistero della vita extraterrestre”

Venerdì scorso ho partecipato come relatore a Un venerdì tra le stelle, a Omegna (VB), con una conferenza dedicata al celebre paradosso di Fermi a proposito della mancanza di segnali di civiltà extraterrestri. Il video integrale della conferenza è qui. Buona visione.
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Fine dell’angoscia per il carattere indiano che crasha gli iCosi

Panico generale per gli utenti di iPhone, iPad, Apple Watch, Mac e Apple TV: temono di ricevere in un messaggio il temutissimo carattere della lingua telugu (mostrato qui accanto) che manda in tilt tutti questi dispositivi se viene visualizzato.

Apple ha distribuito oggi un aggiornamento di iOS (11.2.6), macOS (10.13.3), watchOS (4.2.3) e tvOS (11.2.6) che risolve il problema, ma chi ha un dispositivo Apple non aggiornabile rischia di restare indifeso a lungo. E nel frattempo imperversano da giorni i guastafeste che pensano che sia divertente pubblicare nei social network questo carattere in modo da far crashare in massa i dispositivi Apple e mettere nei guai i loro utenti.

Non è la prima volta che i dispositivi Apple o di altre marche vengono messi in crisi da una cosa apparentemente così banale come un semplice carattere tipografico, ma stavolta gli effetti sono molto seri: c’è chi lamenta di non riuscire più a riavviare il telefonino o il tablet, trasformatosi in un costoso fermacarte.

Se potete, installate gli aggiornamenti [nota personale: su un mio Mac Mini del 2014 l’installazione ha richiesto una trentina di minuti, per molti dei quali il Mac non ha dato il minimo segno di vita (schermo totalmente nero); su un MacBook Pro del 2015 ci sono voluti 12 minuti e non ci sono state inquietanti schermate nere]. Se non potete, vi conviene imparare a fare prima di tutto un po’ di prevenzione. Il passo più importante è disattivare le anteprime delle notifiche, perché la paralisi completa del dispositivo avviene quando questo famigerato carattere viene visualizzato in una notifica. Nei dispositivi Apple che usano iOS, andate quindi nelle Impostazioni, scegliete Notifiche e poi scegliete Mai nella sezione Mostra anteprime.

Fatto questo, se qualcuno vi manderà il carattere in questione e non avete (ancora) installato l’aggiornamento, perlomeno non andrà in tilt l’intero dispositivo ma si bloccherà soltanto la specifica app di messaggistica (che può essere Telegram, Snapchat, Twitter o altre ancora). Riavviarla è inutile, perché si bloccherà di nuovo. In questo caso potete provare ad accedere al vostro account di messaggistica usando un’altra versione della stessa app che sta su un computer Windows o Linux o su un dispositivo Android, e cancellare da lì la conversazione che contiene il carattere famigerato. Questi sistemi, infatti, sono immuni al problema che causa il collasso.

Nel caso dell’app Messaggi di iOS, invece, occorre andare nelle Impostazioni, scegliere Generali e poi Spazio libero: qui troverete un elenco di app che include appunto l’app Messaggi. Se la selezionate, potrete poi scegliere la conversazione da eliminare e tutto tornerà a funzionare.

Ma che succede se è troppo tardi e il vostro iPhone o iPad è completamente bloccato? Vi conviene andare da un tecnico e chiedere il suo intervento. Se siete smanettoni e coraggiosi, potete provare a mettere il dispositivo in modalità DFU e tentare un ripristino da zero di iOS. Alcuni coraggiosi hanno tentato di risolvere il problema installando la versione beta (cioè instabile) di iOS 11.3, che ha già eliminato il difetto del carattere telugu. Ma se lo fate senza fare prima un backup perderete tutti i vostri dati.

Come fa un singolo carattere a causare così tanti problemi? In realtà il simbolo è una combinazione di lettere e segni che contiene complesse istruzioni di posizionamento, per cui non è come un semplice carattere alfabetico latino: visualizzarlo richiede invece una serie di calcoli che i sistemi operativi di Apple sbagliavano, causando il tilt.


Questo articolo è derivato dal testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 20 febbraio 2018.
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Podcast del Disinformatico del 2018/02/16

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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